Entroterra romagnolo

In questa sezione proponiamo alla nostra gentile clientela una selezione di itinerari e percorsi attraverso il meraviglioso mondo dell’entroterra romagnolo. I dintorni di Cattolica sono un tesoro da esplorare, con bellezze artistiche e naturali da mozzare il fiato! Conoscerete Saludecio e il suo borgo medievale oppure lo splendido castello di Gradara, oppure ancora San Giovanni in Marignano e le sue suggestioni esoteriche con la Festa delle Streghe. Buona passeggiata!

SALUDECIO

Saludecio

Risalendo la Valle del Conca, fatti pochi chilometri dal mare, si distingue nettamente su di un crinale il borgo medievale di Saludecio circondato dalle mura malatestiane. Attraverso l’antica Porta Marina si entra nella Piazza principale del paese dove si affacciano il Municipio con il Teatro comunale, l’Olmo del Beato Amato e la Chiesa Parrocchiale di S.Biagio, dalle importanti architetture settecentesche. Si tratta dell’edificio sacro più importante della Vallata conosciuto anche come Santuario del Beato Amato Ronconi, francescano del XIII secolo di cui si conserva miracolosamente il corpo in un’urna di vetro. Di eccezionale valore documentario e artistico è l’annesso Museo d’Arte Sacra che raccoglie un ricco patrimonio di ex-voto, suppellettili, paramenti, arredi e dipinti (Cagnacci, Ridolfi, Centino,ecc.) raccolti nei secoli intorno al culto del Beato, fra breve santificato. Lungo la Contrada maggiore si segnalano i palazzi ottocenteschi dalle linee eleganti; in particolare il Palazzo Albini con il cortile e pozzo cinquecentesco e la TorreCivica (sec.XIV).Nella parte alta si segnala Il Convento con l’annessa Chiesa dei Gerolomini (sec.XVII) e, attraversata la medievale Porta Montanara, il Giardino dei Profumi; quest’ultimo valorizzato in occasione del “SalusErbe”, manifestazione primaverile dedicata all’erboristeria e all’ambiente.Da non perdere infine il percorso fra i vicoli alla scoperta dei colorati e caratteristici Murales dedicati alle invenzioni dell’800. A questo secolo è dedicata la manifestazione estiva dell’ ”Ottocento Festival” un appuntamento serale che rievoca con mostre, spettacoli, mangiari tipici la vita ed i costumi del XIX secolo.Si segnalano nel territorio i castelli di Meleto e Cerreto, antichi borghi medievali.

Saludecio è raggiungibile con l’autostrada, A14 Bologna-Ancona per chi proviene sia da nord che da sud, sino a Cattolica; appena fuori dal casello autostradale seguire le indicazioni svoltando a sinistra per immettersi sulla strada saludecese, appena oltrepassata la frazione di Pianventena svoltare di nuovo a sinistra seguendo le indicazioni per Saludecio.  Distanza dal casello autostradale circa 10 Km.

[testi e immagine tratti dal sito ottocentofestivalsaludecio.it ]

MONDAINO

Mondaino

Mondaino è situato sulla cresta di un rilievo, a 420 m slm, all’estremità sud-orientale della provincia di Rimini, sul confine con il Montefeltro; il territorio ha una superficie di circa 19 Kmq, gli abitanti – mondainesi - sono 1.500 circa.

L’ubicazione di Mondaino ha influito fortemente sulla struttura dell’insediamento e sulla sua storia, caratterizzata da un succedersi di diverse dominazioni tra il secolo XI e il XVII.

Il centro storico conserva l’assetto cinquecentesco, quando la cinta muraria, ancora oggi in buona parte presente, fu rinnovata ed ampliata. Stretto e allungato sul crinale, è percorso da una via principale mediana e da due laterali, che partono dalla piazza Maggiore all’estremità nord-orientale.

Di forte impatto, visibile dal fondovalle, con la sua imponenza di un tempo è la Rocca Malatestiana, pregevole architettura del XIV sec. Da una bolla di Papa Sisto IV si legge che la costruzione del forte è opera dei mondainesi. Tuttavia i successivi interventi, voluti dai signori di Rimini, ne fanno una tipica costruzione malatestiana. Sigismondo Pandolfo Malatesta fece erigere, durante il suo governo, ben 13 torrioni, il cassero, l’ampia cerchia muraria ed i camminamenti sotterranei (scavati nel tufo, sotto il maschio, pronti per essere utilizzati in caso di assedio come cisterne o in caso di disfatta come sicura via di fuga) scoperti, questi ultimi, nel 1987 e attualmente in fase di recupero.

All’interno della rocca si possono ammirare, oggi, la Madonna del Latte, bell’affresco (XV sec.) di Bernardino Dolci di Castel Durante, ed il Museo Paleontologico del tripoli mondainese.

Il porticato semicircolare, di stile neoclassico, fa di Piazza Maggiore uno dei luoghi più suggestivi della Signoria dei Malatesta e la rende – grazie anche a un’acustica soprendente – un teatro naturale in cui, soprattutto durante la stagione estiva, vengono ospitati importanti spettacoli e rassegna oltre, naturalmente agli spettacoli del Palio de lo Daino.

[testi e immagine tratti dal sito mondaino.com ]

MONTEGRIDOLFO

Montegridolfo

Il castello di Montegridolfo non era una residenza signorile, nè un insediamento militare, ma un borgo murato,ovvero un “cassero”, recinto rettangolare con torre-porta avente funzione difensiva. Era abitato da artigiani e da agricoltori facoltosi. L’origine del nome non è tuttora certa. Tra le diverse ipotesi, la più accreditata sostiene che questo nome derivi da una parola di origine germanica che significa sterposo, rozzo. Non si conosce l’anno della sua prima costruzione; si pensa sia avvenuta attorno all’anno 1000. Nel 1148 (prima data certa) apparteneva all’abbazia dei Santi Pietro e Paolo di Rimini. Alla fine del 1200 passò sotto la signoria dei malatesta. Il Castello venne purtroppo a trovarsi in una zona calda fra due signorie nemiche, i Malatesta di Rimini e i Montefeltro di Urbino. Frequenti furono gli attacchi e le incursioni. In una di queste, le soldatesche di Ferrantino, alleato con i Montefeltro e in lotta con il cugino Malatesta, provocarono moltissimi danni al Castello. Era l’anno 1336. I Malatesta ne iniziarono però, l’anno dopo, la ricostruzione, con mura più alte, difese da 4 torrioni.Il castello rimase ai Malatesta fino al 1500, quando passò sotto il dominio del duca Valentino Borgia. Sconfitto questi nel 1503, Pandolfo Malatesta vendette il territorio alla Repubblica Veneta, che dopo sei anni lo cedette allo stato pontificio. Nel 1860 il plebiscito lo unì al regno di Sardegna.

[testi e immagine tratti dal sito Comune di Montegridolfo ]

GEMMANO E GROTTE DI ONFERNO

Gemmano

Leggenda vuole che il nome Gemmano derivi da Gemma in mano. Si narra che un soldato etrusco sia stato ucciso dai romani mentre portava un anello alla fidanzata. Quindi le origini del nome potrebbero derivare dall’epoca romana. Sulle pendici della collina vi sono resti della civiltà romanica ancora non portati alla luce. Da reperti e documenti risulta che il luogo fin da allora venisse individuato come “fondo geminum”. Successivamente il comune appartenne ai Malatesta e quindi allo Stato Pontificio fino all’unità d’Italia. Sulle tre colline che dominano il territorio comunale vennero edificati i castelli di Onferno, Marazzano, Gemmano, dei quali ancora oggi esistono i ruderi in parte restaurati. Leggenda vuole che Dante Alighieri, dopo aver sostato dal conte Ugolino della Faggiola mentre fuggiva da Firenze per andare a Ravenna, scendendo la valle del Conca, si sia rifugiato nelle grotte carsiche di Onferno (in origine chiamato Inferno) ed alle stesse si sia ispirato per scrivere il cantico.>

Le grotte di Onferno rappresentano un complesso carsico di notevole valore la cui esplorazione scientifica completa, effettuata dalla speleologo Quarina, risale al 1916. Un fiumiciattolo sotterraneo ha scavato queste grotte gessose dando luogo a cunicoli, stanze, anfratti che si sviluppano nel sottosuolo per circa 750 metri complessivi. Al pubblico sono aperti circa 400 metri di percorso spettacolare: grandi stanze con le rare conformazioni dei “mammelloni”, ampi corridoi segnati dal corso d’acqua sotterraneo e una delle più numerose e varie colonie di pipistrelli che si trovi in Italia.

All’uscita della grotta altri 400 metri di percorso in un ambiente tra acqua, roccia, piccole cavità e splendida vegetazione.

Grande suggestione per una visita di circa un’ora con guida e attrezzatura fornita dal Centro Visita.

Sopra il promontorio che sovrasta le grotte c’è il borgo di Onferno, un tempo vero e proprio castelletto rurale, oggi recuperato a strutture ricettive e di ristorazione.

[testi e immagine tratti dal sito comune.gemmano.rn.it ]

GRADARA

Gradara

La roccaforte di Gradara si erge su un colle (142 m sul livello del mare) al confine tra Marche e Romagna in posizione strategica e dominante.

Dista 25 Km da Rimini, 13 da Pesaro, 3 dalla strada Adriatica.

A tutti quelli che la raggiungono piace rievocare il tempo antico mentre si compie il giro sulle merlate mura e si supera il ponte levatoio e si incontra l’elegante cortile. Le sale interne ricordano gli splendori delle potenti famiglie che qui hanno governato: Malatesta, Sforza e Della Rovere.

La costruzione ebbe inizio attorno all’XII secolo per volontà di Pietro e Ridolfo De Grifo che usurparono la zona al comune di Pesaro. Nella prima metà del XIII secolo, Malatesta da Verucchio detto il Centenario, aiutato dal papato, si impossessò della torre dei De Grifo e ne fece il mastio della attuale Rocca.

Non è noto il nome del geniale architetto che ne diresse i lavori ma si notano interessantissimi particolari (le tre torri poligonali coperte ed abbassate al livello dei cammini di ronda) che avranno larga attuazione solo nella seconda metà del XV secolo. Ricordiamo inoltre la doppia cinta muraria ed i tre ponti levatoi che resero pressoché inespugnabile la possente Rocca malatestiana.

Il borgo di Gradara

Storia di Gradara: stemma degli SforzaIl piccolo paese di Gradara è raccolto fra prima e la seconda cinta di mura.

Dopo il potere dei Malatesta e la tragedia di Paolo e Francesca che qui si consumò nel settembre 1289, arrivarono gli Sforza.

Nel 1494, appena quattordicenne, arriva Lucrezia Borgia, seconda moglie di Giovanni Sforza. La giovinetta, che ci viene sempre descritta come perversa e corrotta era in realtà una gaia fanciulla dai capelli d’oro e dagli occhi azzurri che subiva l’influenza del padre: il terribile Papa, Alessandro VI Borgia.

Il genitore obbligava la giovane figlia a lasciare il precedente marito ed a sposarne di nuovi per i suoi loschi intrighi

Gli sposi che non volevano lasciare Lucrezia finivano, come sappiamo, per essere avvelenati.Infatti nel 1497, per volere del Papa, fu sciolto il matrimonio con Giovanni Sforza e quest’ultimo ebbe salva la vita perché accetto di firmare un documento in cui ammetteva (falsamente) di essere impotente. Dopo un breve periodo di dominazione del fratello di Lucrezia, Cesare Borgia detto il Valentino, arrivarono i della Rovere.

Era salito al soglio pontificio Giulio II e questi mise a governare Gradara il nipote Francesco Maria II.

Dopo la morte di Livia Farnese, vedova del Della Rovere, la Rocca venne amministrata dal papato che la concesse in enfiteusi al conte Santinelli, poi agli Omodei di Pesaro, quindi agli Albani ed infine, nella seconda metà del 1700 al marchese Mosca di Pesaro. Egli si occupò amorevolmente della costruzione ed alla sua morte volle essere sepolto nella chiesa parrocchiale di S.Giovanni Battista situata entro la seconda cita di mura.

La Rocca divenne proprietà comunale e questi nel 1877 la cedette al conte Morandi Bonacossi di Lugo. Nel 1920 l’Ing. Umberto Zanvettori di Belluno, ma residente a Roma, la comperò per tre milioni di lire e nelle sue abili mani essa rinacque! Chiamò collaboratori di fama quali gli architetti Ferrari e Giovannoni. Così con un preciso e delicato restauro si collegò a quello compiuto quattro secoli prima da Giovanni Sforza.

[testi e immagine tratti dal sito gradara.org ]

SAN GIOVANNI IN MARIGNANO

San Giovanni in Marignano

La cosiddetta via di mezzo (via XX settembre) su cui si affacciano edifici pubblici, abitazioni, palazzi, botteghe, è anche asse di simmetria per le strade secondarie, che si svolgono parallelamente ad essa. Nella documentazione notarile del ’400-’500 esse vengono menzionate come contrada di sotto (lato mare) e contrada di sopra (lato monte). Vicoli e androni articolano e completano l’assetto urbano, modesto ma vivace, con una fitta trama di percorsi e di collegamenti fra i due assi principali. Un recinto murato, realizzato con cortine in laterizio, dotate di merlature a sporto ed intervallate da alcuni torrioni, definisce e delimita l’impianto urbano.

L’impianto di fondazione del castello nuovo, quasi sicuramente a pianta regolare, che risale alla fine del Duecento, rimase più tardi inglobato in seguito ad addizioni prodottesi in epoca malatestiana che portarono alla ristrutturazione della fortificazione e al conseguente ampliamento dell’abitato, in sovrapposizione alla maglia regolare originaria (1442 circa).

Durante il XVI secolo, in seguito ad un nutrito flusso migratorio proveniente dai centri circonvicini e costieri, andarono formandosi, lungo la direttrice principale, i due borghi di S.Antonio e della Scuola, che presero nome dai due centri religiosi precedentemente sorti a breve distanza dal recinto fortificato. Il primo assunse il tipico andamento lineare lungo la strada al di là del ponte sul torrente Ventena.

Il Borgo della scuola, la cui forma nel Settecento è già delineata attorno ad una piazza di mercato, assumerà gli attuali caratteri solo dopo la ristrutturazione ottocentesca.

Il Borgo di S.Antonio prese nome dalla chiesa omonima, detta anche dei Padri Celestini, menzionata già nel Quattrocento.

San Giovanni in Marignano venne così ad assumere l’aspetto di un paese con una densa trama di caseggiati, dal tipico andamento lineare che ancor oggi lo contraddistingue.

Il nuovo castello di San Giovanni in Marignano, sorto presumibilmente nella seconda metà del Duecento (la più antica citazione è del 1303), si affermò dunque quale polo della riorganizzazione del territorio, assorbendo la popolazione sparsa delle campagne, richiamata principalmente dalle prerogative produttive e militari (di difesa) che il nuovo centro andò predisponendo fin dal suo nascere. L’insediamento fortificato di Castelnuovo è ancor oggi parzialmente leggibile, nonostante le manomissioni subite nel tempo. Di chiara individuazione è l’impianto urbanistico medievale.

La strada principale, costituisce, all’interno dell’abitato, il proseguimento della via di comunicazione sulla quale si impiantò il nuovo insediamento, rappresenta anche l’asse longitudinale del centro, delimitato alle estremità da due possenti porte-torri, unici accessi al castello dall’esterno. Lungo l’impianto viario principale sorgono nel Trecento La chiesa di S.Pietro, la sede delle magistrature locali (Domus communis) e la residenza di Malatesta Malatesta, signore di Pesaro, di cui si ha documentazione già nel 1389.

L’importanza del castello, che già nel XIV secolo era stato fortificato, va ricercata non solo nella sua posizione di confine e di caposaldo riminese, ma anche e soprattutto nella produzione granaria della sua campagna che, per la recente messa a coltura, era riconosciuta fertilissima ed indispensabile all’economia riminese ancora nei secoli XVII e XVIII. Le effettive grandi risorse agricole di queste terre, di cui gli stessi toponimi sembrano confermare la ricchezza, determinarono una vera e propria corsa all’accaparramento dei fondi che nei secoli XV e XVI erano diventati quasi esclusivo monopolio di capitali forestieri, soprattutto urbinati, pesaresi, oltreché riminesi, attirati appunto dalle forti rendite agricole della zona. Ancor oggi, all’interno del castello, sono rintracciabili numerose e capaci fosse ipogee, la cui presenza è documentata fino dal Quattrocento, disseminate lungo le strade principali, al riparo delle mura e predisposte appositamente per la conservazione dei cereali, che attestano il ruolo di imponente ammasso frumentario del castello stesso. Molto probabilmente fu proprio questa caratteristica a suggerire l’appellativo di “granaio dei Malatesta” riferito a San Giovanni in Marignano. Del resto, anche tutte le descrizioni dei letterati e dei viaggiatori sono concordi nel riconoscere a San Giovanni in Marignano il primato nella produzione granaria del contado riminese. “Lontano dal mare due miglia all’incirca”, scrive Raffaele Adimari nel 1616, “vi è il nobil e forte castello di San Giovanni in Marignano, circondato dall’acque del fiume Ventena, il qual è abbondantissimo di grani, biade e vini, per il buon territorio che ha intorno”. Un secolo più tardi Giovanni Antonio Battarra porrà in evidenza le stesse caratteristiche soffermandosi a ricordare i mercati: “San Giovanni in Marignano [è] terra ben fabbricata e ricca, situata in pianura […]. E’ molto fertile il suo territorio di grano, biade e ortaglia. Qui, nelle domeniche di ottobre, si fanno grossi mercati di bestiame”.

[testi e immagine tratti dal sito comune.san-giovanni-in-marignano.rn.it ]

 

MONTEFIORE

Montefiore

Fin da molto lontano, dalle spiagge, dai poggi e dalle pianure dove si incontrano Romagna e Marche si intravede su un’alta collina una fortezza gigantesca dal profilo squadrato e imponente che si staglia netto contro il cielo. È la Rocca di Montefiore, ai cui piedi è adagiato uno dei paesi più importanti e belli dell’antica Signoria dei Malatesta: un borgo che sta a guardia della Valconca, proprio sul confine verso il Ducato d’Urbino.

Tra le sue mura, nelle chiese e nei vicoli si incontrano preziose opere d’arte ma anche piccoli segni di remota vita quotidiana, testimonianze viventi di antichi mestieri artigiani. Dall’alto delle mura, dalle piazzette e dalle finestre delle case guardando da un lato ci si accorge che il mare è a pochi passi, dall’altro si vede una campagna punteggiata di olivi, coperta di castagni, querce e piccoli boschi che invitano a camminare per vecchie strade e sentieri.

Tutte queste cose, unite all’atmosfera tranquilla che si respira, alla vivacità delle sue feste e degli spettacoli, alla qualità dei suoi locali, dove si può ottimamente mangiare e bere, fanno di Montefiore un luogo che non si dimentica.

Passeggiando per le vie di Montefiore a nessuno può sfuggire i segni di un passato di tutto rispetto, non fosse altro che per la potentissima rocca e per la evidente struttura medioevale dell’abitato. La felice posizione delle sue terre, che vanno dai 480 metri del Monte Auro, fino ai fertili terrazzamenti sul fiume Conca, ha spinto diverse popolazioni a stabilirsi in questi luoghi sin da tempi antichissimi.

Reperti preistorici, arcaiche tombe risalenti all’età del ferro, resti di estesi insediamenti romani raccontano la presenza dell’uomo ben prima del Medioevo, epoca che comunque vede il massimo splendore del paese. Sin dall’alto Medioevo la storia di Montefiore si intreccia con quella della città di Rimini; nel 1302 il castello cerca di sottrarsi a questa giurisdizione ma la minaccia di un assedio stronca la ribellione.

Con l’avvento al potere dei Malatesta, Montefiore vive un momento di grande sviluppo e assume il ruolo di centro principale della vallata. La casata lo scelse per edificarvi una delle più grandi e imprendibili fortezze, alla quale venne riconosciuto sia il ruolo di ricca residenza di rappresentanza, sia quello strategico-militare di baluardo sui confini del Ducato di Urbino.

Significative le opere d’arte che si trovano nei vari monumenti del paese, opere che testimoniano una vita civile e religiosa assai ricca e articolata. Un’attenzione particolare meritano i già ricordati affreschi di Jacopo Avanzi custoditi nella Rocca. Purtroppo parte di essi si trovano in stanze non accessibili, ma il loro valore storico e pittorico è ritenuto altissimo.

Di interessante fattura e soggetto sono i frammenti dei quattrocenteschi affreschi nella Chiesa dell’Ospedale che ritraggono beati e risorgenti destinati alla propria sorte ultraterrena. Nella Chiesa di San Paolo si possono osservare un Crocefisso di scuola riminese del ’300 e un bel dipinto, la pala della Madonna della Misericordia degli inizi del ’500, oggi attribuito a Luzio Dolci.

A circa un chilometro dal paese si trova il Santuario della Madonna di Bonora. Si tratta di uno dei luoghi di culto mariano più famosi del Riminese, meta di pellegrinaggi e visite da parte degli abitanti di tutte le vallate vicine. La devozione popolare attribuisce numerose grazie all’immagine della Madonna con bambino che si venera nella chiesa; ne sono testimonianza i numerosi ex-voto esposti nella canonica. L’origine del Santuario risale agli inizi del ’400 ad opera di un eremita di nome Ondidei Bonora.

Il Teatro Comunale Malatesta è un piccolo gioiello che i recenti restauri hanno riportato al suo antico splendore. Di fattura ottocentesca ha una pianta a “U” con due ordini di gallerie e una platea per complessivi 160 posti. La moderna ristrutturazione consente oggi l’allestimento di qualificati spettacoli, lo svolgimento di laboratori teatrali e la programmazione di numerose rassegne che si tengono durante tutto l’anno.

[testi e immagine tratti dal sito comune.montefiore-conca.rn.it ]

 

MONTESCUDO

Montescudo

Il nome più antico di Montescudo è Rio Alto forse perché ai suoi piedi scorrono il Conca ed il Marano; in seguito diventò Mons Scutulus, Montescudolo, Montescutello ed infine Montescudo.

Le origini non sono ben note; si pensa ai Celti ,agli Etruschi . In una località, alla periferia del paese,chiamata monte Godio, fu trovata una statua in argilla , alta circa 1 metro, che probabilmente doveva rappresentare una divinità etrusca.

Nell’ anno 1874 , scavando in prossimità della Chiesa di S. Biagio e S. Simeone , furono rinvenuti i resti di scheletri giganteschi (Celti ?) e parte di colonne e tombe romane.

Montescudo, ai tempi dell’ Imperatore Augusto, serviva anche come stazione militare adibita al cambio dei cavalli per i corrieri che da Rimini (Ariminum) andavano a Roma. Era probabilmente il primo scambio di una scorciatoia per la via del Furlo.

Dopo le invasioni barbariche, spaventose quelle degli Ungari, Montescudo fu nei secoli oggetto di contesa fra i Malatesta e i Montefeltro per conservare quello che era considerato un punto strategico nella lotta fra i due casati.

In seguito Montescudo passerà sotto il dominio di Venezia , del Papato e di Napoleone Bonaparte. Fu proprio sotto il dominio di Napoleone che Montescudo raggiunse l’apice della sua prosperità , perché oltre agli Uffici della Pretura ebbe quello del Censo, del Catasto, di Leva e Postale; ancora oggi il gonfalone del Comune porta i colori della bandiera francese ed una lapide, all’ingresso del teatro comunale, ricorda questo periodo.

Il centro storico conserva una massiccia cinta muraria, la torre civica risalente al 1300, una straordinaria e singolare ghiacciaia, i camminamenti, i passaggi segreti che dalla torre di vedetta lato mare portano alla rocca, il pozzo, la ripida scalinata ed il grande ed intatto braciere.

Durante i lavori di restauro nella parte orientale delle mura, bastione centrale, il 31/05/1954 vennero trovate 22 medaglie raffiguranti Sigismondo ed il Tempio Malatestiano contenute in un vaso di terracotta.

Non mancano nelle frazioni itinerari culturali naturalistici : il Castello di Albereto, ancora ben conservato nella struttura originale, la Pieve Romanica di Trarivi , oggi Chiesa della Pace, con il suo Museo della Linea Gotica Orientale, la Chiesa di Valliano con all’interno affreschi del ‘400 appartenenti a pittori della scuola del Ghirlandaio.

Rinomate e famose sono le terrecotte della Frazione di S. Maria del Piano, dove ancora oggi le ceramiche vengono lavorate artigianalmente.

L’economia del paese si basa sostanzialmente sull’agricoltura e nel Museo Etnografico di Valliano di Montescudo sono raccolti attrezzi agricoli, oggetti e tutto ciò che faceva e fa ancora parte della cultura del territorio.

Montescudo, immerso nel verde ed in posizione collinare (386 m.t. s.l.m.) nella Valle del Conca, con ottima vista sulla riviera romagnola, da cui dista solo 16 km. , è raggiungibile da Rimini lungo la provinciale n. 41 e da Cattolica e Riccione transitando per Morciano di Romagna.

Naturalmente non mancano, sia nel capoluogo che nei dintorni, ristoranti e trattorie apprezzate per la loro cucina tradizionale e raffinata, buone strutture ricettive, attrezzature sportive e ricreative in grado di offrire una piacevole e distensiva vacanza, immersa nel verde, a due passi dal mare.

[testi e immagine tratti dal sito comune.montescudo.rn.it ]

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